ACCERTAMENTO INDUTTIVO. LA CASSAZIONE SULLE “PRESUNZIONI SEMPLICI”.

NOTA A SENTENZA. CASSAZIONE- SEZ. TRIBUTARIA – 13/5/2015 N. 9732.

ACC INDLa sentenza della Suprema Corte trae spunto da un principio contenuto nel Codice Civile il quale, all’art. 2729, prevede l’utilizzabilità delle c.d. “presunzioni semplici” nell’ambito del diritto civile precisando però che, contrariamente a quanto accade per le presunzioni legali [1]  la valutazione discrezionale delle stesse da parte del giudice deve farsi alla luce del criterio -utilizzato anche nel diritto penale-  della gravità, precisione e concordanza.

In materia tributaria, per tornare all’oggetto della decisione, l’Amministrazione finanziaria non può rettificare il reddito del contribuente sulla base del quod plerumque accidit, avendo invece l’onere, a fronte dell’asserita inattendibilità di scritture contabili formalmente corrette, di indicare quali circostanze contrastino con i risultati della gestione ufficiale delineando un quadro probatorio di supporto in grado di dare corpo alle presunzioni poste a base dell’accertamento.

Il caso sottoposto all’esame della Corte Suprema è quello di una società immobiliare per la quale, a fronte di redditi formalmente esigui e di una contabilità regolare, sono stati accertati elementi di fatto in palese contrasto: alto numero di inserzioni promozionali per gli immobili da vendere, agende dense di numerosi appuntamenti, block notes pieni di appunti. Tutti elementi in contrasto con il limitatissimo numero di incarichi ufficialmente ricevuti e risultanti ai fini fiscali.

Questi gli elementi di fatto “gravi, precisi e concordanti” che hanno indotto l’Amministrazione finanziaria alla rettifica dei redditi dichiarati dalla società e, a cascata, dai suoi soci. Gli stessi elementi che hanno indotto i giudici di merito a rigettare il ricorso proposto dagli interessati avanti alla Suprema Corte.

Risalendo ai concetti del diritto civile riguardanti il peso delle presunzioni nella determinazione della decisione, la caratteristica delle presunzioni semplici è che esse consentono la prova contraria: nel caso in esame, presunto il maggior reddito (fatto ignoto) da inserzioni pubblicitarie, agende, etc, (fatti noti) è onere del contribuente di dimostrare l’inesistenza del nesso causale tra le presunzioni operate dall’Amministrazione finanziaria e l’accertamento del maggior reddito.

La Corte, ritenendo che il ragionamento del Giudice di merito è esente da vizi logici, ha  confermato la decisione della Commissione Tributaria di secondo grado, rigettando i ricorsi della società e dei singoli soci: ricorsi che, a parere della Cassazione, sono suscettibili di trattazione congiunta (riunione) e non danno luogo a una ipotesi di litisconsorzio necessario tra la società ed i singoli soci.

L’aspetto che nel ragionamento della Corte suscita qualche perplessità concerne, tuttavia, il rigetto del ricorso incidentale proposto dall’Amministrazione con riguardo all’abbattimento, operato dai giudici di merito e confermato dal Collegio, dei  ricavi presunti: abbattimento che, apoditticamente, viene stabilito nel 30% di quanto presuntivamente accertato.

La motivazione, alquanto sibillina, rinvia “ad alcune doglianze espresse dalla parte contribuente” tra le quali la forte concorrenza nel settore. Ulterirmente poco convincente è  il riferimento “all’inevitabile opinabilità dei risultati che si possono ottenere con la ricostruzione induttiva dei ricavi e, quindi, con la metodologia accertativa utilizzata dall’ufficio”.

Come dire: “Così è, se vi pare”, per utilizzare la metafora Pirandelliana.  Ognuno può dare una propria interpretazione della realtà stante l’impossibilità di conoscere la verità assoluta.

Per fortuna, più che il diritto, soccorre il “buon senso”: e deve riconoscersi che, nel caso in specie, ne hanno fatto buon uso sia i giudici di merito, che quello di legittimità.

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Separazioni e divorzi davanti all’avvocato: niente tasse

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La risoluzione dell’Agenzia delle Entrate conferma la negoziazione “esentasse” e la possibilità per il legale di stipulare atti relativi a immobili ad uso abitativo.Il documento, che risponde allo specifico interpello di un avvocato, prende posizione sull’argomento confermando l’applicabilità dell’esenzione anche ai procedimenti degiurisdizionalizzati.
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L’ASSICURATORE E’ SEMPRE TENUTO A PAGARE LE SPESE LEGALI.

 

SinistroStradale-Con recente sentenza della Corte di Cassazione [1] è stato chiarito che le spese legali, oltre a quelle medico-legali ed alle spese documentate, debbono essere ricomprese nell’offerta di risarcimento anche se il Regolamento concernente la regolamentazione di questo tipo di “offerta reale” prevede che non sono dovuti altri compensi diversi da quelli medico-legali.

La norma regolamentare –secondo la Corte – va disapplicata perché contrasta con gli articoli della Costituzione che prevedono il diritto alla difesa (art. 24) ed il principio di uguaglianza (art. 3): si tratta, in definitiva, di una norma nulla.

Ovviamente nel caso in cui l’offerta formulata dall’assicuratore venga accettata senza muovere contestazioni, nulla quaestio. Qualora, invece, l’offerta venga accettata –come avviene spesso – in acconto sul maggior danno, si potranno chiedere anche in sede giudiziale le spese documentate purchè rispondano al requisito della necessità ai fini della difesa.

Non si potranno chiedere, dunque, spese per questioni di semplice soluzione o di minimo importo. Non si potranno chiedere, inoltre, spese legali quando l’assicuratore abbia adempiuto al suo obbligo di assistenza nei confronti dell’assicurato [2] in modo tale da rendere superfluo l’intervento dell’avvocato; obbligo impostogli dal Regolamento contenuto nel DPR 254/2006.

Le condizioni poste dalla Corte per poter avanzare la richiesta di rimborso degli onorari dell’avvocato, sono due: la prima è che siano necessarie per la complessità della questione, per il suo rilievo economico, o perché il cliente non è stato adeguatamente assistito dall’assicuratore. La seconda condizione è che tali spese siano state espressamente richieste nella lettera di messa in mora da inviare almeno sessanta giorni prima della proposizione del giudizio. [3]

 

[1] Corte di Cassazione, Sez. III, 29/5/2015 n. 11154

[2] Art. 9 , 2 comma, DPR 254/2006

[3] Art. 145 Codice delle Assicurazioni.

SEPARAZIONE O DIVORZIO: DALL’AVVOCATO COSTA MENO.

La Direzione centrale dell’Agenzia delle Entrate ha precisato con una risoluzione[1] che nel caso di separazione o divorzio raggiunti per mezzo di negoziazione assistita da uno o più avvocati, trova applicazione l’esenzione dall’imposta di registro prevista dall’art. 19 della Legge 6 marzo 1987, n. 74. Quest’ultima norma esonera da imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa i procedimenti riguardanti separazione, divorzio o alimenti.

tmp45BEL’utilizzo dell’esenzione nell’ambito di procedimenti avanti al Tribunale è da tempo un fatto scontato. Non altrettanto per la separazione o il divorzio consacrati in un verbale di negoziazione assistita conclusasi avanti all’avvocato; ipotesi per la quale parecchie Agenzie delle Entrate hanno sollevato problematiche applicative.

Nella risoluzione in esame, che risponde allo specifico interpello di un avvocato, la Direzione centrale dell’Agenzia prende posizione sull’argomento confermando l’applicabilità dell’esenzione anche ai procedimenti degiurisdizionalizzati per usare un termine difficile, ma di moda.

E così, se da un lato sembra destinata ad essere accantonata definitivamente in sede parlamentare con soddisfazione delle associazioni dei Notai la norma del Ddl Guidi sulla concorrenza [2] che prevedeva l’estensione ai legali delle autentiche per il trasferimento degli immobili sotto i 100 mila Euro non destinati ad uso abitativo [3], dall’altro l’Agenzia delle Entrate rimette sul piatto della bilancia del nuovo ruolo dell’Avvocato nell’ottica deflattiva della giurisdizione, la possibilità di stipulare, in definitiva, veri atti di trasferimento immobiliare e di costituzione di diritti reali al legale nella nuova veste di “Assistente nella negoziazione”. In questo caso, per giunta, i trasferimenti riguardano di norma immobili ad uso abitativo.

Lo scopo delle novità legislative introdotte negli ultimi anni è sempre quello di tentare di diminuire il ricorso ai Tribunali quando è possibile definire le controversie con altre procedure alternative non giurisdizionali; l’ottica deflattiva che tenta di porre rimedio alla storica lentezza della giustizia civile con mezzi che girano attorno al problema, senza risolverlo definitivamente con quello che sembra l’unico rimedio efficace: l’aumento degli organici dei magistrati.

Alla fine si può dire che con questa Risoluzione gli avvocati potrebbero portare a casa un buon risultato. Ma il risultato più importante potrebbero portarlo a casa le migliaia di coppie che dopo essersi separate o aver divorziato, sono costrette a passare dal Notaio per stipulare gli atti pubblici che regolano definitivamente i loro rapporti immobiliari. E qui se prima per un appartamento in una città media avrebbero speso tra i cinque ed i diecimila euro, adesso potranno risparmiare queste somme poiché le spese di registro gliele “regala” lo Stato a condizione che essi evitino di “disturbare” un giudice di Tribunale.

Unica condizione, peraltro legittimamente richiesta dalla Risoluzione, è che il verbale contenga espressamente l’indicazione che “Le disposizioni patrimoniali contenute nello stesso siano funzionali e indispensabili ai fini della risoluzione della crisi coniugale”.

 

[1] Risoluz 65 E del 16 7 2015

[2] Consiglio dei Ministri n.51 – Lavoro e concorrenzan. 51 del 20 febbraio 2015

[3] D.DL. del 20/2/2015 -Articolo 28: Semplificazione del passaggio di proprietà di beni immobili ad uso non abitativo

CONTRATTO DI LAVORO A TERMINE E IUS SUPERVENIENS

 

Contratto di lavoro a termine: l’entrata in vigore di una nuova regolamentazione legislativa si applica ai giudizi in corso?

postinoLa questione riguarda l’indennizzo previsto dalla “Legge Fornero” enormemente inferiore al risarcimento del danno riconosciuto dalla giurisprudenza.

Molti lavoratori di Poste Italiane che a seguito dell’esito vittorioso dei procedimenti instaurati avanti ai Giudici del lavoro di tutta Italia avevano ricevuto risarcimenti ingenti, si sono trovati a dover restituire gran parte delle somme percepite poichè la nuova normativa ha cambiato le caratteristiche del risarcimento traducendolo in un “indennizzo” quasi simbolico. Comprensivo, tra l’altro, anche dei contributi previdenziali non versati dalla cessazione delle prestazioni lavorative al reintegro nel posto di lavoro.

La Sezione Lavoro della Suprema Corte investe le Sezioni Unite per definire l’indirizzo sulla applicabilità ai giudizi in corso.

Sulla questione è stato pubblicato un articolo dell’Avv. Vincenzo Rizza che è possibile leggere al seguente link:

http://www.studiocataldi.it/articoli/18924-jus-superveniens-nel-contratto-a-termine-alle-sezioni-unite-l-applicabilita-ai-giudizi-in-corso.asp

RISARCIMENTO DANNI SE LA P.A. RITARDA IL PAGAMENTO

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La Pubblica Amministrazione, ai sensi dell’art 114, comma 4, lett. e) del Codice della P.A. è tenuta a risarcire il danno nel caso in cui ritardi il pagamento di un titolo giudiziale anche in assenza di copertura nel relativo capitolo di bilancio. Lo stabilisce la sentenza del T.A.R. Lazio N. 8887 del 2 luglio 2015.

Nel caso in specie il ricorrente chiedeva che il TAR:

– dichiarasse l’inottemperanza dell’amministrazione all’obbligo di provvedere al pagamento delle somme, assegnando per l’effetto un congruo termine per adempiere;
– disponesse che a tanto provveda, per il caso di perdurante inadempimento, un commissario ad acta;
– condannasse il ministero inadempiente al pagamento di una somma ai sensi dell’art. 114, comma 4, lett. e), c.p.a., nella misura ritenuta di giustizia.

La motivazione della sentenza, mentre ritiene che una tolleranza di sei mesi sia ammissibile per il completamento dell’iter procedimentale, reputa che il superamento di tale lasso di tempo leda irrimediabilmente l’interesse del privato ad ottenere il pagamento in tempi ragionevoli essendo il “quando” elemento altrettanto importante del “se”. Tutto ciò in linea con gli orientamenti eapressi dalla CEDU nel procedimento Gaglione-Cocchiarelli.

Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione copernicana molto attesa in linea con il superamento di una concezione arcaica e sovrana dell’Amministrazione pubblica rispetto agli amministrati. Interessante anche il rilievo concernente la mancanza di capienza del capitolo di bilancio che, spesso, è il motivo del ritardo: una condizione in genere legata a vincoli politici e discrezionali non più ammissibili in un tempo di sempre più intensa richiesta di efficienza alla macchina burocratica pubblica.

Si tratta, in definitiva, di una sentenza che potrebbe aprire un varco nel tradizionale rapporto tra cittadino e pubbliche istituzioni.

Qui la sentenza: TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE LAZIO

ART. 18: LE PRIME APPLICAZIONI

licenziamentoNell’Ordinanza N. 620/2015 il Tribunale di Ragusa (ex Modica) – Giudice P. Bellingeri – fa applicazione delle nuove norme introdotte a modifica dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori stabilendo che:

– Spetta al datore di lavoro che afferma l’insussistenza del requisito dimensionale aziendale (più di 15 dipendenti) e dunque l’inapplicabilità della reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, provare tale circostanza;

– Le differenze retributive richieste nell’ambito dell’unico ricorso proposto dal lavoratore contro il licenziamento non possono formare oggetto del procedimento sommario concernente l’accertamento dell’illegittimità del licenziamento e la reintegrazione nel posto di lavoro;

–  Il diverbio con altri dipendenti, non seguito dalle vie di fatto, in assenza di altre violazioni disciplinari, non può giustificare la risoluzione del rapporto di lavoro.

Qui l’Ordinanza N. 620/2015: art 18 sent